Ágnes Heller Per
un'antropologia
della modernità
A cura di Ugo Perone
Com'è possibile riconoscere l'unità di qualcosa che è complesso? Com'è possibile una dualità che non sia dualismo?
E ancora com'è possibile, dal fatto empirico che esistono uomini buoni, trarre buone regole di condotta, come
tenta di fare la morale, e dal fatto che esistono buoni cittadini desumere giuste regole di comportamento politico?
Più in generale: immersi come siamo nella modernità, come rappresentarcela, al tempo stesso descrivendola e
cercando di comprenderla? La possibilità del conflitto, morale, etico, politico, torna a riaffacciarsi.
Solo nell'individualità della vita umana quotidiana si potrà tracciare quella linea di separazione che, consentendoci
di appartenere alla condizionatezza dell'umano, non sopprime però l'emergere creativo della coscienza; una linea
che, in certo modo, separa e congiunge ovvero, come mostra un'accurata fenomenologia, coniuga la fisicità della
vergogna e la spiritualità della coscienza. All'individuo il compito di scegliere concretamente il modo di questa
coniugazione, ma sapendo che ogni risposta solleva, ancora e ancora, come Heller annota, la domanda. La filosofia
non fornisce le risposte, ma può costruire il quadro di riferimento di un'umanità immersa nella modernità, non
appiattita però in essa: di qui le linee di un'antropologia della modernità.
Una cosa per certo la filosofia può dire, dopo aver ripercorso i troppo rigidi tentativi di risolvere la dualità
corpo/spirito: la risoluzione dei dualismi immanenti alla condizione umana non è mai stata raggiunta. Fortunatamente,
potremmo aggiungere, perché la perfetta omogeneità e la completa autonomia «potrebbero trasformare gli esseri
umani in mostri». Ágnes Heller, nata a Budapest nel 1929, è una delle più autorevoli interpreti della complessità filosofica e storica
della modernità. Sfuggita adolescente alle deportazioni naziste, allieva e amica del filosofo György Lukács, ne
condivise i tormentati rapporti con il partito comunista anche dopo la rivolta del 1956. Lasciata l'Ungheria, nel
1977 scelse l'Australia per giungere in seguito a New York dove insegna tuttora presso la New
School. A seguito della caduta del Muro divide il suo tempo fra Ungheria e Stati Uniti.
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