Scuola di Alta Formazione Filosofica


La riforma della scuola e del costume

Riproposto a cura di Francesco Tomatis
su Cuneo: provincia granda, n. 2, anno 2000, p. 23.

Proponiamo in edizione critica, confrontata con il dattiloscritto originale corretto a mano da Luigi Pareyson stesso e conservato negli archivi dell'Istituto storico della resistenza in Piemonte (ora Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea) di Torino, uno degli articoli da lui pubblicati anonimamente nelle edizioni clandestine del giornale azionista  ”L'Italia libera” (suppl. al n. 18, Roma, 20.2.1944, p. 1), i quali verranno riediti prossimamente nel volume n. 3 delle Opere complete, intitolato Iniziativa e libertà, presso le edizioni Mursia di Milano a cura di Francesco Tomatis (cfr. F. TOMATIS, Bibliografia pareysoniana, Trauben, Torino 1998, pp. 16, 41-42, 148).
 

L'ordinamento educativo va riguardato sotto due aspetti, la cui connessione è più stretta di quel che appaia a prima vista. Da un lato, noi vediamo la scuola ancora monopolio di fatto dell'alta e media borghesia, con esclusione, salvo che per la scuola primaria, dei ceti popolari, dall'altro ci rendiamo conto che, malgrado discussioni e riforme, essa mantiene ancora nei suoi metodi un astrattismo dogmatico, che la estranea dalle vive esigenze, materiali e morali, della nostra esistenza quotidiana.
Ai partiti e agli uomini che parlano di libertà e sinceramente credono di battersi per essa, sfugge generalmente quale radice di arbitrio e di servitù stia nel sistemi educativi del fanciullo, che, strappato alla vita attiva in cui tende spontaneamente ad esprimere e sviluppare la sua ricca umanità, è irretito in schemi e paradigmi intellettualistici, dove spesso appassisce la freschezza delle sue doti originarle e la indipendenza del suo carattere. E là dove, pel ritmo corale del lavoro comune, dovrebbe educarsi lo spirito alla socialità ed all'autogoverno, si coltivano per lo più i germi contraddittori della passività servile e della cieca reattività. Si parla ad ogni piè sospinto di educazione "formativa", ma i crani continuano ad esser imbottiti di dogmi <catechismi> e di crusca.
Il regime fascista, con le sue strombazzate riforme e contro-riforme, non ha migliorato questo stato di cose, anzi lo ha aggravato con diffondere abitudini di retorica, d'ipocrisia e di ubbidienza passiva. Lo stesso esperimento del lavoro manuale è stato nient'altro che un'artificiale e dilettantesca appendice alle consuete pratiche scolastiche, senza alcun carattere di serietà.
La nuova società del lavoro reca una concezione nuova del problema educativo. Non ci può essere soluzione di continuità fra il lavoro manuale e quello intellettuale. Questo principio, adombrato nei metodi dei più grandi pedagogisti e riformatori didattici, deve attuarsi nella sua pienezza anche sul piano della organizzazione scolastica. Dal giuoco al lavoro socialmente produttivo, il fanciullo e poi il giovane - ogni fanciullo e ogni giovane - deve tessere la tela del suo mondo partendo dalle sue esperienze creative e potenziando insieme le sue facoltà intellettuali e quelle di vita pratica, cioè artigianesche. La educazione deve dare all'uomo fin dal primi anni quel senso costruttivo che è la premessa e la garanzia di ogni seria specializzazione nel campo del lavoro manuale e della concretezza nel campo dell'attività intellettuale.
Perciò l'ordinamento scolastico dovrà essere coordinato molto intimamente con quello dei grandi organismi produttivi. Non si tratta qui di ridurre le scuole a istituti di avviamento professionale o di svuotarle di umanesimo, ma di mutare radicalmente la concezione stessa della cultura. La quale deve essere bensì strumento di selezione sociale e politica, ma non nella ristretta cornice degli attuali ceti borghesi, e perciò stesso non deve essere alimentata dai loro esclusivi ideali ed interessi.
È connesso a questo un problema di costume gravido di conseguenze. Molte delle deformazioni intellettualistiche, che suscitano giustificate diffidenze nel mondo proletario, derivano dal distacco esistente fra ceti coltivati e ceti non istruiti. La frattura di classe, che nella nostra società inchioda ad un grado d'inferiorità insormontabile anche il proletariato più evoluto, e che si cristallizza, in fatto se noi in diritto, perfino nella incompatibilità del connubio fra ceti proletari e borghesi, deriva in gran parte da cotesta disparità educativa cui si collega una differenza di maniere e dì cerimoniale. La classe operaia, invece di reagire con l'orgoglio del proprio lavoro, con la volontà di conquistare i mezzi culturali e la buona educazione e col disprezzo per la raffinatezza improduttiva, è molto spesso afflitta da un "complesso d'inferiorità" che si traduce in un sentimento d'invidia e di snob, ovvero in uno spirito di categoria incapace d'intendere la funzione sociale della cultura.
Un triste effetto di questa reciproca incomprensione fra il mondo della cultura e quello del lavoro lo si è avuto nel risultato del demagogico tentativo fatto dal fascismo di aprire le porte della educazione umanistica a più vasti ceti sociali, mediante la scuola unica. Tutti gli insegnanti hanno potuto constatare che così non si è elevato il tono di vita e di civiltà di quel ceti, ma si è abbassato il tono e la civiltà della scuola umanistica. Il che sta a dimostrare che la riforma educativa e scolastica non può essere concepita ed attuata che nel quadro di una più vasta riforma d'ordine politico e sociale, e che la cultura può essere ravvivata solo in un'atmosfera di libertà, che implica appunto un rivolgimento nei rapporti fra i vari certi e una profonda mutazione di abitudini, di gusti, di inclinazioni.
Il problema della scuola è dunque <quindi> insieme un problema di giustizia sociale, di riforma pedagogica e di trasformazione del costume. Solo da questo punto di vista, qualitativo e non quantitativo, può avere un senso di verità il detto che quando si apre un scuola si chiude un carcere. Purtroppo molti di coloro che si riempion le gote di espressioni rivoluzionarie, sono ancora immersi nel pantano dei più reazionari luoghi comuni e non hanno neppure il sentore dei problemi educativi e del loro intimo nesso con la conquista della libertà.
Enorme è pertanto l'influenza che gli insegnanti avranno nell'opera di ricostruzione della vita nazionale, enorme la responsabilità che ad essi incombe di conseguenza. Ma a questa responsabilità deve corrispondere una profonda modificazione nel modo di considerare l'ufficio dell'insegnamento, sin dai primi gradini della scuola elementare, nei metodi e negli istituti di preparazione magistrale, nonché nel trattamento economico dei professori e maestri. Il Partito d'Azione, che conta fra i suoi più attivi gregari insegnanti e studenti, considera il problema come uno dei caposaldi del suo programma di radicale trasformazione della vita italiana.
 

     
Pagine in allestimento - Ultimo aggiornamento 26/08/2001 
 

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